David Wilkerson

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:09
Sermoni 1979

Guarigione Definitiva!


di David Wilkerson
1979
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La resurrezione dai morti è la "guarigione definitiva". Cercai di trasmettere questa gloriosa verità ai genitori in lutto di un bimbo di cinque anni, che era morto appena da poche ore, di leucemia. Avevano chiesto a Dio la guarigione del loro amato bambino. La chiesa intera aveva pregato con fervore. Alcuni amici avevano profetizzato: "Non morirà, guarirà". Una settimana prima della morte, il padre del bimbo, col cuore spezzato, aveva preso fra le braccia il figlio febbricitante ed aveva cominciato a camminare per la stanza: "Signore, non mi arrenderò. Le tue promesse sono verità, la mia fede non ha mai vacillato. Ben più di due o tre si sono accordati nel tuo nome, per la sua guarigione. Lo confesso e lo reclamo". A dispetto di tutto questo, il bimbo era morto.

Ero presente mentre deponevano il bimbo in una piccola bara. Guardavo con orrore i volti tristi di tutti quegli amici cristiani che si erano radunati insieme per fare lutto. I genitori erano in uno stato di shock. Tutti avevano paura di dire quello che stavano pensando. So che i fedeli lo pensavano, ed anche il pastore si comportava come se lo pensasse. So che i genitori sicuramente lo pensavano. Ma qual era quest'inesprimibile pensiero che attanagliava la loro mente? Semplicemente: "Dio non ha risposto alla preghiera! Qualcuno ha fatto qualche sbaglio, ha impedito il corso della potenza guaritrice di Dio! Qualcuno è responsabile per la morte di questo piccolo. Sarà stato un rancore, un motivo segreto, un peccato nascosto. Qualcuno o qualcosa ha impedito la guarigione".

Fu proprio lì ed in quel momento, che scese su di me questa gloriosa verità, presi i genitori da parte e brevemente esposi quello che mi pesava sul cuore: "Non discutete Dio" dissi "tutte le vostre preghiere sono state esaudite. Dio ha dato a vostro figlio la guarigione definitiva. Adesso quel corpicino febbricitante è stato abbandonato, e Ricky è rivestito del suo corpo perfetto e senza dolore. Ricky è stato guarito! Dio ha fatto infinitamente al di là di tutto quello che voi potevate pensare o chiedere da lui. Ora il bimbo è vivo e sta bene: tutto ciò che è cambiato sono solo il suo corpo e la sua situazione".

Quei genitori mi guardarono con ira. Erano amareggiati e confusi, e lasciarono il cimitero per entrare in un periodo di cinque anni di dubbi, domande, sensi di colpa ed esami di coscienza. Durante quel periodo mi parlavano appena. Ma Dio, nella sua misericordia, irrompe sempre nei cuori sinceri. Un giorno, lo Spirito Santo venne su quella giovane madre mentre era in preghiera, ricordandole il mio messaggio. Cominciò a lodare il Signore, dicendo: "Ricky è stato guarito. Dio ha risposto alle nostre preghiere. Il Signore ha perdonato i nostri dubbi. Adesso Ricky è vivo e sano, e sta godendo della sua guarigione".

Per me fu prezioso il momento in cui ci riunimmo insieme, abbracciandoci, ringraziando il Signore per una tale consolazione. Il padre di Ricky confessò: "David, ero così arrabbiato con te. Quando hai detto che il nostro bambino appena morto in realtà era stato guarito, ho pensato che fossi senza cuore. Ora lo capiamo. Eravamo talmente egoisti che non riuscivamo a vedere cosa fosse meglio per nostro figlio. Pensavamo solo al nostro dolore, all'angoscia, alla sofferenza. Ora il Signore ci ha mostrato che il nostro Ricky non è stato distrutto dalla morte, ma che il Signore lo ha condotto a sé".

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:09
La vita non è nel guscio.



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Questi nostri corpi mortali non sono altro che dei gusci, e la vita non è nel guscio. L'involucro non è destinato a durare per sempre, ma solo a contenere per un tempo una forza vitale che va continuamente crescendo e maturando. Il corpo non è che una conchiglia, che funziona come momentanea custodia della vita interiore. Il guscio è nulla, al confronto della vita eterna che esso racchiude.

Ogni vero cristiano è stato riempito di vita eterna. Essa è stata piantata nel nostro corpo mortale, come un seme in continua maturazione. Dentro di noi è come un processo di continua crescita, di continua espansione, fino al punto in cui deve liberarsi dal guscio per trasformarsi in una nuova forma di vita. Questa gloriosa vita di Dio in noi esercita pressione sull'involucro, e nel momento in cui la vita di resurrezione è matura, il guscio si rompe. I legami materiali si spezzano, e come un pulcino appena nato, l'anima è liberata dalla sua prigione. Gloria al Signore!

La morte non è altro che lo spezzarsi di un fragile guscio. Nel preciso momento in cui il nostro Signore decide che esso ha adempiuto alla sua funzione, il popolo di Dio deve abbandonare il vecchio corpo corrotto alla polvere da cui proviene. Chi mai vorrebbe raccogliere i pezzetti dell'uovo che si è rotto, per costringere il pulcino a ritornare nel suo stato precedente? E chi mai si sognerebbe di chiedere ad un suo caro defunto di abbandonare il suo corpo nuovo e glorificato, fatto ad immagine di Cristo, per ritornare al guscio corruttibile dal quale è stato liberato?

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:09
Morire è guadagno?



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Paolo lo ha detto! "Morire è guadagno" (Filippesi 1:21). Questo modo di parlare è assolutamente estraneo al nostro moderno vocabolario spirituale. Siamo talmente degli adoratori della vita, da aver un ben piccolo desiderio di partircene per essere col Signore.

Paolo disse: "Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio ...". Eppure, per amore dell'edificazione dei nuovi convertiti, egli pensava che fosse meglio, per lui, "rimanere nel guscio", o, come egli stesso dice "abitare nella carne".

Forse Paolo era un debole? Aveva un insano desiderio di morte? Mostrava mancanza di rispetto per la vita con cui Dio lo aveva benedetto? Certamente no! Paolo viveva pienamente la vita. Per lui, essa era un dono, ed egli la usava per combattere un buon combattimento. Aveva vinto la paura del "dardo della morte" ed ora poteva dire: "È meglio morire e stare col Signore, che rimanere nella carne".

Coloro che muoiono nel Signore sono i veri vincitori; quelli che rimaniamo siamo i perdenti. Quanto è tragico che il popolo di Dio guardi a coloro che sono dipartiti come a dei "perdenti, povere, miserabili anime, che sono state private da una più grande misura di vita". Se i nostri occhi e le nostre orecchie spirituali potessero aprirsi solo per qualche momento, vedremmo i nostri cari accanto al Dio dell'universo, che passeggiano nel fiume puro e cristallino della vita eterna, e che cercano di gridarci: "Ho vinto! Ho vinto! Alla fine, sono libero! Coraggio, cari che siete ancora sulla terra: non c'è nulla da aver paura. La morte non punge. È vero, è meglio partire ed essere col Signore".

Forse qualcuno dei vostri cari ha rotto il guscio? Eravate presenti quando è successo? Oppure la notizia vi è arrivata per telefono o per telegramma? Che genere di spaventosi sentimenti hanno invaso la vostra mente, quando vi è stato detto: "È morto, è morta"?

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:10
Ovviamente. È naturale stare in lutto e piangere per quelli che muoiono. Anche la morte del giusto è un dolore per quelli che restano. Ma come seguaci di Cristo, di colui che detiene nelle sue mani le chiavi della morte, non possiamo permetterci di credere che essa sia un guaio provocato dal diavolo. Satana non può distruggere un solo figlio di Dio. Sebbene gli fosse concesso di toccare la carne di Giobbe ed affliggere il suo corpo, Satana non poté prendere la sua vita. I figli di Dio muoiono nel momento per loro stabilito, né un secondo prima, né un secondo più tardi. Se i passi dei giusti sono stabiliti dal Signore, anche quello finale lo è.

La morte non è la guarigione definitiva: la resurrezione lo è! La morte è un passaggio, e talvolta può essere doloroso e drammatico. Ho visto molti eletti di Dio morire in mezzo a dolori tremendi. Ma Paolo risponde a tutto questo proclamando: "Infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo" (Romani 8:18). Non importa quanto dolore, sofferenza, piaghe e confusione possano regnare nei nostri corpi, non si possono neppure paragonare all'indicibile gloria che attende coloro che superano questo passo.



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La spinta magnetica di Dio



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In tutti gli anni in cui ho visto morire dei giusti, ho notato un'esperienza comune. La chiamo "spinta magnetica". Sono convinto che la morte giunga sui santi molto prima del loro ultimo respiro. Quando il Signore gira la chiave, una forza magnetica irreversibile da parte dello Spirito di Dio comincia ad attrarre il suo amato. In qualche modo, Dio permette che l'interessato si renda conto di ciò che sta avvenendo. Gli viene data una consapevolezza interiore del fatto che sta andando a casa. Ha cominciato a vedere un pochino della gloria celeste. Mentre i suoi cari sono intorno a lui, pregando per la sua resurrezione, si può avvertire il fatto che egli non vuole più rimanere imprigionato nel suo guscio. Si è aperto uno squarcio; ha guardato dentro ed ha gettato lo sguardo sulla Nuova Gerusalemme, con le sue stupende gioie eterne. Ha visto una visione delle glorie che l'aspettano. Tornare indietro sarebbe assurdo.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:10
Sono stato di recente al capezzale di una mamma credente che stava morendo di cancro. La sua stanza d'ospedale risplendeva della santa presenza di Dio. Il marito ed i figli cantavano degli inni a bassa voce. Debole com'era, ella alzò il volto verso il cielo e sussurrò: "Sento la sua attrazione. È vero, egli ci attira a sé. Sento come una potenza magnetica, e vado sempre più veloce, non voglio che qualcuno mi fermi". Nel giro di poche ore, spezzò il guscio terreno per entrare nella cerchia di maggiore intimità con Dio. In quell'ora santa, nessuno si azzardò ad interferire con il divino processo di cambiamento, quando il terreno fu inghiottito dal celeste.

È triste sentire i cristiani che accusano Dio per "essersi preso i loro cari". "Signore, non è giusto" protestano. Sebbene sia difficile condannare quello che la gente dice in momenti di grande tristezza, credo che un tale genere di ragionamento sia egoistico. Pensiamo solo alla nostra perdita, e non al loro guadagno. Dio toglie via da questo mondo solo quelle persone che egli non vuole più amare a distanza. Il loro amore reciproco richiede che essi siano alla sua presenza. È lì che l'amore è perfetto. Essere col Signore vuol dire sperimentare il suo amore nella sua pienezza.

Così, tu sei impotente mentre il tuo caro attraversa il passaggio chiamato morte. Sai che è un sentiero buio e solitario, e non puoi fare altro che tenere la sua mano. Viene il momento in cui devi lasciare i tuoi cari, e permettere che Gesù li prenda per mano. Non ti appartengono più, sono suoi. Ti senti così impotente, ma non c'è nulla che tu possa fare, se non riposare nella consapevolezza che il Signore se li è presi, e che i tuoi amati sono in buone mani. Poi, in un attimo, sono fuori dalla tua vista. La battaglia è finita. Rimane solo il guscio vuoto, L'anima, resa libera, ha preso il volo nella santa presenza di Dio. La morte del giusto è una cosa preziosa. Davide, il salmista, scrisse: "È preziosa agli occhi del Signore, la morte dei suoi fedeli" (Salmo 116:15). Dio considera la morte di uno dei suoi figli come un momento prezioso. Ma noi, esseri umani, troviamo veramente poco o nulla di prezioso in questa esperienza.

Una giovane madre mi parlò della triste storia del trauma che sopportò dopo la morte dei suoi due figli. Il primo era morto all'età di 18 mesi. Il secondo visse solo per un paio di mesi. Lei aveva pensato che Dio le avesse dato il secondo bambino per risarcirla della perdita del primo, ma ora erano morti entrambi. Attraversò mesi di esami di coscienza, insieme al marito credente. C'era del peccato nella loro vita? Avevano fatto adirare Dio dubitando del suo potere di guarigione? Erano in qualche modo responsabili per la morte dei loro figli? Poi, in buio giorno, "una cara amica cristiana" li andò a trovare con quello che dichiarava essere un messaggio da parte del Signore. Disse che erano stati castigati dal Signore per dei segreti rancori, e per insincerità nel loro matrimonio. Fu loro detto: "Quei bambini oggi sarebbero vivi, se i vostri cuori fossero stati purgati dal peccato, e la vostra confessione fosse stata corretta".

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:10
Furono investiti dalla disperazione. Ma Dio, nella sua misericordia, mostrò loro quanto fossero ridicoli quei pensieri. Un tal genere di insegnamento è una tragica assurdità. Dio non gioca alla roulette russa con la vita delle persone.

Smetteremo di pregare per quelli che stanno morendo? Ci arrenderemo davanti ad una malattia terminale? Ci coricheremo e moriremo, perché questo conduce alla guarigione definitiva? Mai! Oggi più che mai, credo nella guarigione divina. Dovremmo pregare sempre perché ogni ammalato sia guarito. Ma le uniche persone che non vengono guarite, come noi intendiamo, sono quelle scelte per la guarigione definitiva. Ad alcuni non vengono concessi organi o tessuti nuovi, ma una perfetta guarigione: dei corpi glorificati, senza sofferenza, eterni. Possiamo concepire un miracolo più grande della resurrezione dai morti?



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Siamo troppo legati alla terra



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Qualsiasi messaggio che riguarda la morte ci turba. Cerchiamo di evitarne anche il solo pensiero. Guardiamo con sospetto quelli che ne parlano, come se fossero deboli. Qualche volta parliamo di come sarà il cielo, ma il soggetto della morte è un tabù.

Quanto erano differenti i primi cristiani! Paolo parlò molto della morte. In effetti, la nostra resurrezione dai morti viene definita, nel Nuovo Testamento, come la "beata speranza". Ma ai nostri giorni la morte viene considerata un intruso che ci taglia fuori dalla bella vita alla quale ci siamo abituati. Abbiamo le menti talmente occupate da cose materiali, che siamo rimasti impantanati nella vita. Non riusciamo a sopportare l'idea di dover lasciare le nostre belle case, le cose alle quali siamo affezionati, i nostri teneri affetti. Sembra che pensiamo: "Morire adesso sarebbe una perdita troppo grande. Amo il Signore, ma ho bisogno di tempo per godermi le proprietà. Ho sposato una moglie. Devo provare i miei buoi nuovi. Ho bisogno di altro tempo".

Avete notato quanto di parla poco del cielo, oggidì, o del lasciare indietro questo vecchio mondo? Al contrario, siamo bombardati di messaggi su come usare la nostra fede per acquistare sempre più cose. "Il prossimo risveglio" ha detto un predicatore molto noto "sarà un risveglio finanziario. Dio sta per riversare benedizioni finanziarie su tutti i credenti".

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:11
Che assurdo concetto degli eterni propositi di Dio! Nessuna meraviglia, se i cristiani sono terrorizzati dall'idea della morte. La verità è che siamo ben lontani dal comprendere la chiamata di Cristo a dimenticare il mondo e tutte le cose che gli appartengono. Egli ci chiama a morire. Morire senza innalzare commemorazioni di noi stessi e senza preoccuparci di come saremo ricordati. Gesù non lasciò nessuna autobiografia, nessun quartier generale, nessuna università e nessuna scuola biblica. Non lasciò nulla, a sua perpetua memoria, se non il pane ed il vino.

Qual è la più grande rivelazione della fede, e come deve essere esercitata? Lo scoprirai in Ebrei: "Tutti costoro sono morti nella fede ... confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra ... Ma ora ... desiderano una (patria) migliore, cioè quella celeste; perciò Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio, poiché ha preparato loro una città" (Ebrei 11:13-16).

Questa è la mia sincera preghiera a Dio:

Signore, aiutami a sciogliere tutti i legami col materiale. Non lasciarmi sprecare il dono della vita con piaceri o scopi egoistici. Aiutami a ridurre le mie voglie sotto il tuo controllo. Fa che mi ricordi che sono un pellegrino, e non un residente. Non sono un tuo tifoso, ma un tuo seguace. Soprattutto, liberami dal legame della paura di morire. Fammi capire una volta per tutte che morire in Cristo è un guadagno. Aiutami a guardare con gioiosa aspettativa al momento della guarigione definitiva.

Leggi nelle Scritture:

Apocalisse 1:18

Ebrei 2:14-15

II Timoteo 1:10

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pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:12
Gesù e il perdono


di David Wilkerson
1979
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Per i cristiani, la cosa più difficile al mondo è il perdono. In chiesa si parla molto di perdono, ammenda e guarigione, ma se ne dimostra proporzionalmente molto poco. Sembra che tutti ci consideriamo operatori di pace, capaci di sostenere e perdonare quelli che sono caduti. Ma oggi, anche le persone spiritualmente più profonde sono colpevoli di aver ferito fratelli e sorelle non mostrando uno spirito di perdono.

Anche i migliori cristiani trovano difficile perdonare coloro che feriscono il loro orgoglio. Basta che fra due amici cristiani si abbia un "incidente" e sicuramente seguirà un rancore che durerà per la vita. Difficilmente lo ammetteranno, perché copriranno il loro spirito non perdonatore con una facciata di telefonate di cortesia, parole gentili, e l'invito "a vederci, una volta o l'altra". Ma non sarà mai più come prima. In realtà non odiamo l'altra parte, semplicemente è come se dicessimo: "Non ho niente contro di lui, ma semplicemente tenetemelo alla larga. Faccia la sua strada, io farò la mia". Non facciamo altro che ignorare le persone che non riusciamo a perdonare.

Il tipo più difficile da perdonare è l'ingrato. Avete amato qualcuno senza essere corrisposti. Vi siete sacrificati per aiutare un amico nel bisogno, solo per essere criticati o trattati con ingratitudine. La persona per la quale vi siete sacrificati non dimostra che mancanza di riconoscenza ed egoismo. Le vostre buone intenzioni vengono travisate, e le vostre buone azioni vengono interpretate come motivate da fini egoistici. Increduli, esclamate: "Come possono comportarsi così, dopo tutto quello che ho fatto per loro? È questo quello che ricevo in cambio, dopo essere stato così buono di cuore?". Riusciremo mai a perdonare quegli ingrati? È difficile. Sorridiamo loro, li salutiamo a distanza, ma abbiamo deciso che "non vogliamo avere più niente a che fare con loro".

Troviamo quasi impossibile perdonare qualcuno che ci abbia ingannato. Siamo estremamente ansiosi di ricevere perdono per le nostre bugie e cadute, ma nulla ci infuria di più, del sapere che qualcuno ci ha mentito. La consideriamo una mancanza di fiducia. Perdiamo subito rispetto per quella persona. Se mai perdoniamo, lo facciamo sotto condizione: "Ti perdono per questa volta, ma se mai mi mentirai di nuovo, dovrai vedertela con me".

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:12
Non riusciamo a perdonare quelli che ci danno torto. Siamo convinti di avere una buona ragione per tutto ciò che facciamo, e troviamo quasi impossibile perdonare colui che insinua che abbiamo sbagliato. Piuttosto che esaminare onestamente quello che ci stanno dicendo, ci ingolfiamo in lunghe e confuse spiegazioni, cercando di giustificare le nostre azioni. Più le critiche sono vicine alla verità, meno siamo disposti a perdonare quelli che le sottopongono alla nostra attenzione.

Un'impiegata di banca mi aveva dato dieci dollari in più. Sorrisi e le restituii i dieci dollari, dicendo: "Signorina, ha fatto un piccolo sbaglio. Mi ha dato dieci dollari di troppo". Esplose. Le guance le tremavano d'ira, mentre replicava: "Cosa volete, una medaglia per essere stato onesto? Tutti possono fare sbagli". Molti di noi sono proprio così. Non ci piace che le persone ci ricordino i nostri sbagli, e coloro che lo fanno, anche se amorevolmente, invece di ringraziamenti, ricevono solo una fredda alzata di spalle.

La maggior parte dei cristiani non conosce i fatti basilari su come fronteggiare la critica, e specialmente quella scritta o stampata. Una lettera di contestazione accende ogni tipo d'ira. Sediamo e replichiamo, punto per punto, come orsi feriti. La penna fa sgorgare un fiume di inchiostro avvelenato. Vogliamo le mettere le cose a posto. Non vogliamo che si pensi male di noi o che siamo fraintesi. Siamo pronti a difendere ad ogni costo il nostro onore e la nostra correttezza. Che capolavoro di difesa che verghiamo! L'orgoglio ferito ci rende veramente facondi, nel difendere il nostro punto di vista.

Anche quelli che hanno imparato a non rispondere alle critiche e a gettare le contestazioni scritte dentro il cestino della cartaccia, trovano difficoltà a perdonare veramente l'autore delle critiche. In effetti, diciamo: "Non voglio reagire, ma un giorno o l'altro ne renderai conto a Dio! La pagherai, un giorno!". Invece di perdonare e dimenticare, lasciamo che il risentimento covi per mesi ed anche per anni, aspettando solo l'occasione di incontrare quel critico faccia a faccia, per "dirgli il fatto suo".

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:12
Che lo crediate o no, prima dobbiamo imparare a perdonare Dio. Dio non ha mai fatto torto ad alcuno, ma questo non ci impedisce di nutrire un sottile rancore contro di lui. Molto spesso, veniamo alla sua presenza con un turbamento intimo, su qualcosa che ha fatto e che non è conforme a ciò che pensavamo.

Una ragazza mi confessò: "Due anni fa, mia madre e mio padre morirono in un incidente d'auto. Erano entrambi ministri, ed i migliori ed affettuosi genitori che un giovane possa desiderare. Negli ultimi due anni, fin dal giorno del loro funerale, ho avuto un sottile cruccio contro il Signore. Mi sono chiesta come abbia potuto permettere che morissero entrambi in un modo tanto violento. Dio non protegge i suoi? Non riesco più a pregare con reale fiducia in Gesù, perché mi porto dentro quest'idea: che è venuto meno nei miei confronti. Che posso fare? Credo che si possa dire che sono arrabbiata col Signore".

Una giovane coppia di mia conoscenza, che vive in uno stato del sud, ha nutrito per circa dieci anni un risentimento contro il Signore. La loro bella bambina di cinque anni morì in poco tempo, dopo essere stata colpita da un tumore al cervello. Cominciarono a nutrire amarezza; non smisero di andare in chiesa, partecipavano a tutte le iniziative, ma non credevano più nell'efficacia delle preghiere. Avevano paura di disonorare Dio; paura di chiamarlo bugiardo, o padre infedele. Ma non c'è dubbio che nel profondo sentissero risentimento contro il Signore. Non potevano perdonare Dio per "essersi portata via la loro unica figlia".

Dovunque vado, scopro questo sottile spirito di risentimento, fra i cristiani. Una giovane donna, nel Wisconsin, chiede: "Come potrò mai pregare di nuovo con fede? Sono stata così sola, ed avevo bisogno di un marito cristiano. Ho cominciato a proclamare ogni promessa della Bibbia. Ho esercitato la fede, ho digiunato, ho pianto. So che la mia vita piace al Signore. Ma tutto è crollato. Quando finalmente avevo incontrato un giovane, pensando fosse quello che Dio mi aveva mandato, mi lasciò e se ne andò via. Non mi vuole neanche parlare. Veramente Dio risponde alle preghiere? Cosa devo fare per avere una risposta? Non voglio accusare Dio, ma perché lui permette che io debba soffrire? Perché devo vivere da sola, quando tutto ciò che desidero è dare il mio amore a qualcuno?".

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:12
Quasi tutti i cristiani, ad un certo punto della propria vita, devono affrontare questo problema. Una preghiera rimane senza risposta per settimane o mesi, forse anche per anni. Una malattia inaspettata o una tragedia porta via un nostro caro. Avvengono cose che non hanno nessuno scopo o significato. Allora la fede comincia a vacillare. Ma la parola afferma chiaramente che una persona che vacilla non riceverà mai nulla da parte di Dio.

Gesù comprese questa tendenza dei suoi figli a nutrire rancore contro il cielo, quando le montagne non si muovono, secondo i piani. Avvertì Pietro di non stare nella presenza di Dio per chiedere alcunché, fino a che non avesse perdonato

"Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro che è nei cieli vi perdoni le vostre colpe" (Marco 11:25)

Credo che Gesù sta dicendo: "Non state alla presenza di Dio, chiedendo che le montagne si spostino, oppure il perdono dei vostri peccati, se avete nel cuore un segreto risentimento contro il cielo. Venitene fuori! Lasciate che lo Spirito di perdono fluisca attraverso voi. Gridate che Dio è fedele. Egli non ha fallito. Risponderà! Provvederà! Sottomettetevi e chiedetegli di perdonarvi per avere permesso il sorgere di questi dubbi".

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pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:15


Gesù e le tempeste


di David Wilkerson
circa 1979
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Gesù ordinò ai Suoi discepoli di salire su una barca che era diretta verso una collisione. La Bibbia dice che Egli “obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca….”. Questa era diretta verso acque agitate e sarebbe stata sbattuta qua e la come un turacciolo; i discepoli avrebbero attraversato una esperienza quasi fossero su un mini-Titanic; Gesù già sapeva tutto ciò.

“Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente.” (Matteo 14:22)

Dov’era Gesù? Sui monti che guardava verso quel mare. Era li che pregava per loro affinché non fallissero nella prova, che avrebbero attraversato e che Egli conosceva. La rotta della barca, la tempesta, le onde furiose, i venti, tutto ciò era parte di una prova che il Padre aveva pianificato. Stavano per imparare la più grande lezione che avessero mai avuto: apprezzare Gesù durante la tempesta.

Fino a quel momento avevano riconosciuto in Gesù il facitore di miracoli, l’Uomo che aveva cambiato dei pani e dei pesci in un cibo miracoloso: avevano apprezzato Gesù come l’amico dei peccatori, Colui che aveva portato alla salvezza ogni tipo di umanità perduta. Sapevano che Egli aveva parole di vita eterna, che aveva il potere di sconfiggere ogni opera del diavolo. Lo conoscevano come un maestro, che insegnava loro come pregare, perdonare, legare e sciogliere.

Ma non avevano ancora imparato a riconoscere Gesù nella tempesta. Tragicamente, questi discepoli che pensavano di conoscerLo molto bene, non riuscirono a riconoscerLo quando la tempesta li colpì.

Questa è la radice di molti dei problemi di oggi. Abbiamo fiducia in Gesù per i miracoli e le guarigioni. Crediamo in Lui per la nostra salvezza ed il perdono dei nostri peccati, guardiamo a Lui come a colui che provvede ai nostri bisogni. Crediamo che un giorno ci condurrà nella gloria. Ma quando una tempesta improvvisa ci sorprende e ci sembra che ogni cosa ci stia crollando intorno, troviamo difficoltà nel vedere Gesù vicino a noi. Non riusciamo a credere che Egli permetta alle tempeste di insegnarci ad avere fede. Non siamo mai abbastanza sicuri che Egli sia nelle vicinanze quando le cose diventano veramente agitate.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:15
La barca ora sta ballando; sembra che affondi; i venti soffiano impetuosi; i discepoli hanno tutto contro di loro.

“Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario.

Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare.E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» E dalla paura gridarono.Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!»” ( Matteo 14:24-27)

Bruscamente furono annientati, sopraffatti, il solo pensiero che Gesù potesse essere vicino a loro vegliando, sembrava assurdo. Qualcuno probabilmente avrà detto: “ Questa è opera di Satana, il diavolo è venuto per ucciderci, perché siamo stati partecipi di tutti questi miracoli”.

Qualcun altro avrà affermato: “Dove abbiamo sbagliato? Chi fra noi ha del peccato nella propria vita? Facciamoci un esame di coscienza; confessiamoci l’uno con l’altro. Dio è arrabbiato con qualcuno su questa barca!”

Ed ancora possono aver detto: “Perché proprio noi? Stiamo facendo quello che Lui ci ha detto di fare! Siamo obbedienti! Non siamo fuori dalla volontà di Dio. Perché allora è scoppiata tale tempesta? Perché il Signore permette che siamo così sballottati mentre compiamo una missione divina?”
pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:15
E nell’ora più buia: “Gesù andò verso di loro…”. Quanto deve essere stato difficile per Gesù attendere sul limitare della tempesta, amandoli così tanto, provando le stesse angosce che essi sentivano, volendo così tanto evitare che rimanessero feriti, struggendosi per loro come un padre per i propri figlioli nel dolore! Ma sapeva anche che loro non avrebbero pienamente potuto conoscerLo o credere in Lui fino a che la furia completa della tempesta non li avesse colpiti. Egli avrebbe rivelato Se stesso solo quando loro avessero raggiunto il limite della loro fede. La barca non sarebbe mai affondata, ma la loro fede, sarebbe potuta annegare molto più velocemente a causa delle onde che le si abbattevano sopra. Il timore di affondare derivava dalla disperazione, non dall’acqua, ma dalla paura e dall’ansietà!

Ricorda, Gesù può calmare il mare in ogni momento, semplicemente dicendo una parola, ma i discepoli non possono farlo. Possiamo chiederci se essi hanno esercitato la propria fede? Non potevano forse comandare al mare nel nome di Gesù – poiché “grandi opere saranno fatte tramite voi”? Forse che le promesse non sarebbero state messe in pratica – “Tutto ciò che chiederete in preghiera … voi otterrete”? Non fino a quando non avremo imparato a riconoscere Gesù nella tempesta! Non fino a quando non riceveremo fede da sovrastare la tempesta! Non fino a quando non abbiamo imparato ad “essere di buon animo” quando la barca sembra stia per affondare.

“E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» ...” (Matteo 14:26).

Non riconobbero Gesù in quella tempesta! Videro un fantasma, un’apparizione. Il pensiero che Gesù fosse così vicino, così facente parte insieme a loro di quello che stavano attraversando, neanche sfiorò le loro menti.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:16
Questo è il pericolo che affrontiamo, non essere capaci di vedere Gesù nelle nostre prove. Ed invece vediamo dei fantasmi. Proprio nei momenti in cui la nostra paura tocca il massimo, quando la notte è più nera, la tempesta è al culmine, i venti sono più impetuosi e la disperazione ti sta sopraffacendo, Gesù si accosta a noi per rivelare Se Stesso come il Signore sopra gli elementi, il Salvatore nella tempesta.

“Il SIGNORE sedeva sovrano sul diluvio, anzi il SIGNORE siede re per sempre.” (Salmi 29:10).

Misero insieme le loro paure, non avevano soltanto paura della tempesta, avevano una nuova paura: i fantasmi! La tempesta stava facendo scaturire dei fantasmi, spiriti misteriosi in libertà!

Potreste pensare che almeno uno dei discepoli sia riuscito a capire cosa stava succedendo ed abbia detto: “Guardate amici, Gesù ha detto che non ci avrebbe mai lasciato o si sarebbe dimenticato di noi. Egli ci ha mandato in questa missione e siamo al centro della Sua volontà. Ha altresì detto che ogni passo degli uomini giusti sono disposti da Lui stesso. Guardate ancora, è il nostro Signore ed è qui vicino. Non sarà mai lontano da noi; non saremo mai lontani dal Suo sguardo, Ogni cosa è sotto il Suo dominio.”

Ma nessun discepolo riuscì a riconoscerlo! Nessuno di essi si aspettava che Gesù fosse con loro nella tempesta. Credevano di trovarlo al pozzo della Samaritana. Si aspettavano di trovarlo con le braccia aperte per invitare i piccoli fanciulli ad andare a Lui, oppure nel tempio mentre caccia i cambiatori di valute ed un giorno si sarebbero aspettati di trovarlo alla destra del Padre per farli sacerdoti e re. Mai e poi mai si sarebbero aspettati di trovarlo con loro, vicino a loro, nella tempesta!

Questo momento appariva loro come uno scherzo del destino! Un disastro inaspettato! Una tragica fatalità! Una prova non voluta, inaspettata, non necessaria! Un triste e pauroso viaggio nelle tenebre e disperazione! Una notte da dimenticare!

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:16
Ma Dio vide quella tempesta con occhi differenti! Questa prova era per i discepoli quello che il deserto era stato per Gesù. Dio li aveva portati lontano dai miracoli, messi su una piccola e fragile imbarcazione, lontani dall’alto solaio e quindi dette libertà alla natura. Dio permise che loro fossero provati, non che affogassero!

C’è solo una lezione da imparare, una sola! Una lezione semplice, non una profonda o mistica oppure da scuotere la terra. Gesù voleva semplicemente che credessero in Lui come il loro Signore, in qualunque tempesta della vita. Voleva semplicemente che loro mantenessero il buon animo e la confidanza anche nelle ore più nere della prova. Questo è tutto!

Gesù non voleva che loro si creassero dei fantasmi! Ma lo fecero, ne più ne meno come noi facciamo. Ogni uomo presente su quella barca si è creato un fantasma per se stesso. Gesù deve essere apparso come dodici fantasmi diversi, nelle dodici menti di questi discepoli.

Forse uno ha pensato in se stesso: “Conosco quel fantasma; è quello della menzogna! Ho mentito alcune volte tempo addietro. Questo è il motivo per cui la tempesta si abbatte su noi. Questa è la ragione per la quale siamo in questa afflizione; ho mentito. È il fantasma della menzogna, che cerca di avvisarmi di smettere con le bugie. Devo farlo! Devo farlo! Lascia che esca fuori da questo caos e smetterò di mentire.”

Un altro avrà probabilmente pensato: “questo è il fantasma dell’ipocrisia! Io ho due facce, sono un falso. In questa tempesta posso vedere chi sono realmente. Questo è il motivo di questa tempesta. Dio ha mandato quel fantasma per avvertirmi di ravvedermi. Lo farò! Lo farò! Non sarò più ipocrita, ma ora liberami.”

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:16
Un altro ancora: “Questo è il fantasma del compromesso! Ultimamente mi sono compromesso. Oh povero me. Ho fallito di fronte al Signore. Era un segreto che cercavo di nascondere, ma ora sono atterrito. Tu hai permesso questa tempesta; Tu hai mandato questo fantasma per avvisarmi di tornare verso la santità. Lo farò! Lo farò! Dammi un’altra possibilità.”

Un altro: “Questo è il fantasma della bramosia! Sono stato troppo materialista.”

Un altro: “Questo è il fantasma del tempo sprecato! Sto diventando troppo pigro. Non sto testimoniando! Sto diventando freddo o peggio ancora tiepido. Ho imparato la lezione…”

Un altro: “Questo è il fantasma del rancore. Non ho perdonato come avrei dovuto, evito alcune persone! Questo è il motivo per cui Dio mi sta scuotendo, per insegnarmi a smetterla di covare rancore.”

Un altro: “Questo è il fantasma del peccato nascosto! Pensieri malvagi. Sembra che non ce la faccia a smetterla , quindi Dio ha mandato questa tempesta per svergognarmi.”

Un altro: “Questo è il fantasma delle promesse non mantenute. Ho promesso a Dio che avrei fatto quella cosa, ma non l’ho fatta. Ora Dio si sta vendicando su me. Egli è furibondo verso me e mi ha buttato in mezzo a questa tempesta. Mi dispiace. Questa è la lezione da imparare e l’ho imparata.”

No! No! Mille volte no! Questi sono fantasmi della nostra propria mente, soltanto fantasmi. Nessuna di queste è la vera lezione che dobbiamo imparare, Dio non è arrabbiato con te. Tu non ti trovi nella tempesta a causa dei tuoi fallimenti. Questi fantasmi non sono neanche nella tua tempesta.

È Gesù che è all’opera, cercando di rivelare Se stesso nella Sua potenza che salva, che mantiene, che preserva! Lui vuole mostrarti che la tempesta ha un solo proposito, che è quello di portarti verso la completa tranquillità e fiducia nella Sua potenza e nella Sua presenza in ogni tempo. Nel mezzo dei miracoli e nel mezzo della tempesta! È facile durante una tempesta, perdere il senso della Sua presenza, sentendosi lasciati soli a combattere contro le circostanze che sembrano prive di speranza; può sembrare che, da qualche parte lungo il cammino come risultato del peccato o dei compromessi, Cristo ci ha abbandonato e lasciati soli in una imbarcazione scossa dalla tempesta.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:17
Cosa faremo nell’ora in cui i venti contrari si chiamano malattia, infermità e dolore? Quando il cancro colpisce? Quando il dolore e la paura ci sopraffanno e non riesci a risparmiare un pensiero sulla vicinanza di Gesù? La tua inaspettata tempesta è su te e non riesci a pensare ad altro che a salvarti. Non vuoi morire. Vuoi vivere! Vedi il fantasma della morte nelle tenebre e tremi. Non hai la forza di affrontare neanche l’ora successiva.

Questo è il motivo per cui la presenza di Gesù è tutto intorno a noi. Questa rivelazione è tanto più potente, quando arriva nel momento in cui più ne abbiamo bisogno.

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pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:18

Dio risponderà mai alla mia preghiera?



di David Wilkerson
circa 1979
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Hai mai fatto questa domanda?

C’è qualche soggetto particolare riguardo al quale stai pregando da tanto tempo, senza che sia in vista alcuna risposta apparente? Ci sono dei momenti in cui ti chiedi se mai arriverà una risposta? Hai onestamente fatto tutto quello che sapevi di dover fare? Hai adempiuto a tutte le condizioni della preghiera? Hai pianto, digiunato e chiesto a Dio con fervore e in fede? E nonostante questo, sembra che non succeda niente? Se a queste domande devi rispondere “sì”, sei in buona compagnia. Non sei uno strano genere di cristiano, che subisce il castigo del Signore. Una risposta ritardata alla preghiera è una delle esperienze più comuni anche fra i più santi dei figli di Dio.

Ringrazio Dio per i pastori e gli insegnanti che predicano la fede. Anch’io lo faccio! Ringrazio Dio per gli insegnanti che incitano il mio animo ad aspettarsi miracoli e risposte a tutte le mie preghiere. Forse la chiesa è diventata talmente scettica ed incredula, che Dio è costretto ad irrompere su di noi con una fresca e nuova rivelazione delle sue potenti promesse. Oggi è molto diffuso questo nuovo insegnamento relativo al “fare la confessione giusta”. Il popolo di Dio viene anche esortato a pensare positivamente e a proclamare tutte le promesse di Dio. Ci viene insegnato a ripulire la nostra vita da ogni motivo di lamentela e a rimettere ogni cosa a posto, riesaminando addirittura la nostra fanciullezza. È stato recentemente insegnato che la maggior parte delle preghiere non esaudite, delle malattie che ci legano e dell’incapacità di far muovere Dio in mezzo a noi dipendano dall’incapacità di far funzionare correttamente la fede. Secondo l’espressione usata da un insegnante della fede, “la fede è come un rubinetto: puoi chiuderla o aprirla”.

Tutto sembra così facile. Hai bisogno di un miracolo finanziario nella tua vita? Semplicemente – così ci viene detto – sbarazza la tua vita di tutti gli impedimenti, i risentimenti e l’incredulità, confessa in fede di avere già ricevuto la risposta, ed essa sarà tua. Vuoi che il tuo ex marito torni per riconciliarsi? Confessalo, immagina che questo stia già succedendo, creati un’immagine mentale di questa bella riconciliazione, e tutto sarà tuo. Qualcuno dei tuoi cari è a un passo dalla morte? Beh, fai presente a Dio che non accetterai mai un “no”, ricordagli le sue promesse, confessa la guarigione e questa accadrà. È così che si insegna. E se la preghiera non ottiene risposta, se tuo marito rimane lontano per mesi, se il familiare muore, se il problema finanziario si trasforma in una bancarotta, allora si insinua che il tutto è accaduto per colpa tua. In qualche modo e in qualche momento, hai permesso ad un pensiero negativo di ostruire il canale. Forse avevi un peccato segreto o un risentimento non sottoposto a Dio. La tua confessione non era scritturale o forse non era sincera. Un insegnante della fede ha scritto: “Se non hai ottenuto i miei risultati, vuol dire che non hai fatto tutto quello che ho fatto io!”

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:18
Non sto scherzando: io credo che Dio risponde alla preghiera.


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O, come lo credo! Ma il mio compito è ricevere drammatiche lettere scritte da cristiani sinceri, confusi ed avviliti perché sembra che non riescano a far funzionare tutte queste nuove formule di preghiere e fede. “Cosa c’è in me che non va?” mi scrive una donna tribolata. “Ho esaminato il mio cuore e confessato ogni peccato. Ho legato le potenze demoniache con la Parola di Dio. Ho digiunato, pregato, confessato le promesse, e tuttavia, non ho visto risposta. O sono spiritualmente cieca, o sto sbagliando tutto”.

Credetemi, ci sono migliaia di cristiani confusi sparsi per tutta la nazione, che si colpevolizzano per non essere in grado di produrre alcuna risposta ad un preghiera disperata. Sanno che la Parola di Dio è vera, che non c’è una sola promessa che possa venir meno, che Dio è fedele di generazione in generazione, che è buono e che vuole che i suoi figli s’aspettino delle risposte alle loro preghiere. Ma nel loro caso, c’è quella particolare preghiera che rimane indefinitamente senza risposta. Così, si vergognano. Ascoltano le registrazioni di insegnanti e predicatori che parlano in modo così potente e positivo di tutte le risposte che vanno ricevendo come risultato della loro fede. Ascoltano le testimonianze di altri che hanno una formula che funziona sempre e che adesso ricevono tutto quello che chiedono a Dio. Poi guardano alla propria incapacità, e la condanna li sommerge.


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Lasciate che vi apra il mio cuore su questa faccenda
delle preghiere non esaudite.


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Prima di tutto, rispetto ed amo tutti gli insegnanti ed i ministri della fede e della confessione positiva. Sono grandi uomini e donne di Dio. Abbiamo un disperato bisogno che qualcuno ci ricordi la potenza della fede e di un pensiero appropriato. Il tutto è pienamente scritturale, e quelli che si oppongono o che negano tali insegnamenti probabilmente non hanno dedicato del tempo ad ascoltare ciò che veramente viene insegnato. Però c’è un grande problema. Il carro della fede sta avanzando a tutta velocità su ruote che non sono appropriatamente bilanciate. E se continua a correre nella direzione che ha preso, senza bilanciamento, andrà fuori strada, e molta gente fiduciosa ne subirà un danno. Alcuni si stanno già arrendendo, perché sono rimasti intrappolati da quegli insegnamenti sulla fede secondo i quali tutte le preghiere non esaudite sono il risultato di errori umani. In altre parole: “Se la cosa non funziona per te, vuol dire che tu hai sbagliato qualcosa; continua a provare finché non ce la farai”.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:18
Non si può nutrire la propria fede soltanto con le promesse che ci tornano utili, di guarigione, salute, successo e prosperità, così come non si cresce sani e forti mangiando solo dolcetti. La fede viene dall’udire “tutta la Parola”; non solo quelle porzioni che preferiamo.

Che cosa si può dire di quelle verità bibliche secondo cui la sofferenza insegna l’ubbidienza? Proprio come fece Gesù, noi impariamo l’ubbidienza dalle cose che soffriamo (Ebrei 5:8). Riguardo alla sofferenza, c’è un numero di passi pari a quelli che riguardano la fede.

La nostra fede non dovrebbe temere di esaminare i passi biblici che trattano dei ritardi di Dio, dei suoi tempi di silenzio e della sua sovranità, quando egli agisce senza dare spiegazioni all’uomo.


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Pietro avvertiva che la fede non può rimanere da sola.


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Egli disse: “Aggiungete alla fede la virtù, la conoscenza, l’autocontrollo, la temperanza, la pazienza e così via”. Una fede mancante di pazienza, virtù ed autocontrollo diventa egocentrica e non equilibrata.

Non tutte le malattie sono provocate da demoni o spiriti maligni. La maggior parte è causata da mancanza di autocontrollo, gola o abitudini sbagliate. Questa generazione ingorda e satolla si riempie di cibo-spazzatura, dolciumi e bevande tossiche; poi, quando il corpo è sfibrato ed attaccato dalla malattia, ricorre in preda al panico alla Parola di Dio, per ottenerne una rapida panacea. Faremmo qualsiasi cosa per essere guariti, tranne che praticare la disciplina e la temperanza. Anche se spesso Dio nella sua misericordia non tiene conto delle nostre abitudini indulgenti e guarisce i nostri corpi, avremmo bisogno di impegnare la fede in qualche forma di autocontrollo.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:19
Nella Bibbia, ci sono dei casi nei quali Dio non ha potuto rispondere, e comunque non lo ha fatto, a dispetto di quante volte sia stato invocato, di quanto la fede sia stata grande o la confessione sia stata positiva. Paolo non fu liberato dall’afflizione che lo tormentava, anche se aveva cercato diligentemente una risposta. “Tre volte ho pregato il Signore, perché l’allontanasse da me …” (2 Corinti 12:7-10).

In primo luogo, Dio voleva vedere che l’opera della grazia in Paolo era completa. Non intendeva permettere che il proprio figlio si gonfiasse d’orgoglio. Costui doveva rallegrarsi non di una liberazione, ma nell’apprendere come la potenza di Dio poteva diventare sua in tempi di debolezza. Ma vediamo cosa si produsse in Paolo, a dimostrazione che Dio aveva ragione nel non rispondere alla sua richiesta: “Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte” (2 Corinti 12:9,10).

Forse Paolo mancava di fede? Era pieno di pensieri negativi? Confessioni sbagliate? Perché Paolo non predicava il messaggio che oggi sentiamo così spesso: “Non devi soffrire malattia, povertà, distretta, afflizione. Non devi lottare contro la necessità o la debolezza. Reclama la tua vittoria sopra ogni sofferenza e dolore …”?

Paolo voleva qualcosa di più della guarigione, del successo o della liberazione da una spina acuminata: lui voleva Cristo! Paolo preferiva soffrire, piuttosto che opporsi a Dio. Questa è la ragione per cui poteva esclamare: “Io mi vanto del mio stato presente; Dio è all’opera, dentro di me, per mezzo di tutto ciò che soffro. Anche in mezzo a tutto questo, so che la mia situazione presente non può essere paragonata alla gloria che mi aspetta”.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:19
Noi sfruttiamo male le nostre risposte.


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Noi diventiamo ingrati, e in questo modo spesso trasformiamo in disastri le nostre liberazioni. Questo fu ciò che accadde ad Ezechia. Dio gli aveva mandato un profeta per avvertirlo che doveva prepararsi a morire, dicendo: “Tu morirai e non vivrai”. Ezechia pianse, fece penitenza e supplicò Dio di concedergli altri quindici anni. Dio esaudì la sua preghiera. Egli ricevette un altro po’ di vita, ma proprio nel primo anno di questo periodo aggiuntivo, cadde nel compromesso, esponendo Israele ai re nemici. Attirò un disastro sulla sua famiglia e sulla nazione.

Ci sono dei casi in cui Dio rifiuta di rispondere alle nostre richieste, perché ha “una via migliore”. Egli risponderà, sicuro, ma noi non ce ne accorgeremo. Vedremo la sua risposta come un rifiuto, ma in tutto questo, Dio starà facendo la sua perfetta volontà. L’attuazione di questo principio si vede mentre Israele veniva condotto in cattività nella terra dei Caldei. “Che disastro” gridavano “Dio ha rigettato le nostre preghiere; siamo abbandonati. Dio ci ha opposto un orecchio sordo”. Quelli che erano stati lasciati a Gerusalemme cominciarono a vantarsi, pensando che Dio aveva ascoltato la loro preghiera e li aveva benedetti, permettendo loro di rimanere. Ma proprio i rimasti poi furono completamente distrutti dalla spada, dalla carestia e dalla pestilenza, fino a che non furono del tutto annientati (Geremia 24:10).

Ma ecco ciò che invece viene detto ai condotti in cattività: “Per il vostro bene, siete stati mandati fuori da questo luogo, nella terra dei Caldei …” (v. Geremia 24:5). Non riuscirono affatto a discernere l’opera di Dio nella preservazione di un rimanente, ma i “salvati attraverso la sofferenza” furono poi ricondotti indietro, per ricostruire il paese.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:19
Alcune delle mie preghiere non hanno ancora ottenuto risposta.


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La Bibbia dice che “una confessione onesta è un bene per l’anima”. Io vi confesso che non ho ancora ricevuto risposta a due preghiere che faccio da anni. Posso già sentire qualcuno che dice: “Fratello Davide, non lo fare! Questo è parlare negativo! È una confessione sbagliata. Allora non c’è da meravigliarsi se ancora non hai ricevuto quelle due risposte!”. Sono piuttosto divertito che disturbato da questi commenti. Mi rifiuto di ignorare i fatti. I fatti sono che io ho pregato con fervore su questi due soggetti. Ho proclamato ogni promessa della Bibbia. Ho fede che Dio è potente a fare ogni cosa. Ho riposto nel mio Signore benedetto una fede tale da spostare le montagne! Ciononostante, gli anni passano, ed io non ho ancora visto le risposte. Migliaia di mie preghiere hanno ottenuto risposta. Assisto a degli esaudimenti ogni giorno della mia vita. Dio fa miracoli per mio mezzo, ogni momento. Ma quelle due preghiere non sono state ancora esaudite.

Lascio agli esperti di preghiera e di fede l’analisi dei motivi di queste preghiere non esaudite, ma per quanto mi riguarda, non ne sono minimamente preoccupato. Ho superato anche la fase dell’autocondanna. Sono stufo di colpevolizzarmi per il fatto di non aver ricevuto risposta quando volevo io. Dio sta portando equilibrio nella mia fede! La mia confessione positiva si sta incanalando verso le giuste direzioni. E poi, ah, che gioia e liberazione, quando la fede in Dio non dipende più soltanto dall’ottenere risposte! Che riposo, quando la fede si concentra soltanto su Gesù e sul ricevere il suo santo carattere!

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:19
Saranno mai esaudite le mie preghiere?


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Io credo nei tempi dello Spirito Santo. Nel tempo di Dio, tutte le nostre preghiere otterranno risposta, in un modo o nell’altro. Il guaio è che noi abbiamo paura di sottoporre le nostre preghiere all’esame dello Spirito Santo. Alcune delle nostre richieste hanno bisogno di essere purificate. Una certa parte della nostra fede viene sprecata per richieste che non sono mature. Siamo del tutto sicuri che se la nostra richiesta è “in accordo con la sua volontà, dovremmo farcela”. Ma semplicemente, non sappiamo come dire “Sia fatta la tua volontà!”. Non desideriamo tanto la sua volontà, quanto le cose che dalla sua volontà sono soltanto permesse. Il solo test che facciamo sulle nostre richieste è centrato su noi stessi: “Posso trovare questa cosa nel catalogo delle cose permesse da Dio?”. In tal modo, riusciamo a scorrere tutta la Parola di Dio e ad elencare in bella mostra tutte le ragioni per cui dovremmo ottenere certe benedizioni e risposte. Quando siamo convinti che la nostra causa sia buona ed abbiamo messo insieme un numero sufficiente di promesse, avanziamo con sicurezza nella presenza di Dio ed è come se dicessimo: “Signore, sto in una botte di ferro, non mi puoi scontentare in alcun modo. Ho esaminato la mia fede. Ho la tua Parola a sostenermi. Ho fatto tutto quello che era previsto. È mia! La reclamo! Adesso!”.

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:20
È soltanto questo la fede?
Un mezzo per appropriarsi dei benefici e delle promesse di Dio?


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Una sfida alla sua fedeltà? Un test della sua parola? Una chiave per aprire la stanza delle benedizioni di Dio? A me pare che stiamo entrando baldanzosamente nella stanza del trono di Dio, sventolando le bandiere della nostra fede, armati di un arsenale di promesse, pronti a reclamare con prepotenza tutto quello che ci è dovuto. Nel frattempo, ci immaginiamo che il Padre ci approvi e si congratuli con noi, per avere dipanato il mistero della fede ed esserci qualificati a ricevere le delizie del cielo.

Finché Dio non riordina le nostre voglie ed ambizioni, continuiamo a sprecare la nostra preziosa fede applicandola a cose create, piuttosto che al Creatore. Quanto diventa vile e corrotta, la nostra fede, quando la usiamo soltanto per ottenere degli oggetti! Che tragedia, doversi vantare che la nostra fede abbia prodotto per noi una macchina nuova, un aeroplano, una fortuna finanziaria, una casa nuova …

La fede è un modo di pensare, di tipo positivo, ma divino. Gesù ci ha avvertito di non nutrire il menomo interesse per le cose materiali. “Solo i gentili (i pagani) cercano queste cose”. Su questa materia, Gesù è assolutamente chiaro, quando dice: “Perciò … non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete … il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose” (Matteo 6:25,32).

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:20
Anche gli empi prosperano, a volte, e non si può dire che questo sia il prodotto della fede. Dio riversa il suo amore e le sue benedizioni sui giusti come sugli ingiusti. Mostratemi un cristiano ricco, ed io vi mostrerò un reprobo che prospera molto più di lui.


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Inorridisco all’idea di insegnare ai cristiani come usare la fede
per diventare ricchi o di maggior successo.


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Questa è una cosa del tutto contraria all’insegnamento dell’umile Nazareno che chiamò i suoi seguaci a vendere ogni cosa per farne dono ai poveri. Egli avvertì contro la costruzione di granai e deplorò il desiderio consumante di beni terreni. Non aveva tempo per quelli che conservavano tesori qui sulla terra. Insegnava che i suoi figlioli non dovrebbero lasciarsi intrappolare dall’inganno delle ricchezze, ma che la fede dovrebbe motivarci a porre la nostra affezione nelle cose celesti.

Com’è possibile che nonostante tutti gli insegnamenti che abbiamo oggi sulla fede, Gesù ebbe a dire: “… quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” (Luca 18:8)?. Non è possibile che Gesù pensi che questo moderno tipo di fede non sia affatto tale? Che la nostra cosiddetta fede sia così egocentrica da diventare un’abominazione davanti al Signore? Non importa quanti passi si possano citare a suo sostegno: la fede egoistica è una perversione della verità.

Paragoniamo tanta parte della fede materialistica così prevalente al giorno d’oggi alla fede descritta in Ebrei 11! Le cose sperate da questi grandi uomini e donne di Dio non potevano essere valutate secondo alcuno standard mondano. Gli oggetti che vedevano non erano denaro, case, successo, o una vita senza dolori. Esercitavano la fede per conquistare l’approvazione di Dio per le loro vite. La fede di Abele era concentrata solo sulla giustizia, e Dio gliene fece dono. La fede di Enoc era così incentrata su Dio, che poi egli fu portato via. La sua fede non aveva che una motivazione sola: conoscere e compiacere Dio. Per Noè, fede voleva dire “essere mosso da pio timore”, per prepararsi al giudizio imminente. Come piangerebbe quell’uomo, se potesse essere testimone della follia di materialismo che attanaglia la nostra generazione!

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:20
Abrahamo esercitava la sua fede ricordando a se stesso d’essere straniero in questa terra. In questo mondo, il suo patto di benedizione produsse soltanto una tenda da abitare, perché egli metteva tutta la sua fede in quella città il cui architetto e costruttore è Dio.

Alcuni, pur avendo reputazione d’avere grande fede, “non ottennero le promesse” (Ebrei 11:39). Coloro che invece “ottennero le promesse” usarono la fede per operare giustizia, acquistare forza in tempi di debolezza e mettere in fuga il nemico.


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Forse alcuni di questi non vivevano in fede?
Dio rifiutò di ascoltare alcune delle loro preghiere?


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Dopo tutto, non tutti questi guerrieri della preghiera e della fede furono liberati. Non tutti vissero abbastanza per vedere la risposta alle loro preghiere. Non a tutti furono risparmiati dolore, sofferenza e addirittura la morte. Alcuni furono torturati, altri, fatti a pezzi, costretti a vagare come mendicanti, afflitti e tormentati (Ebrei 11:36-39).

Questi erano grandi uomini e donne di Dio che soffrirono crudeli motteggi, botte e prigionia. Non erano afflitti e tormentati per mancanza di fede o confessioni sbagliate, oppure perché nascondevano risentimenti o cattivi pensieri. Gli uomini di fede non potevano procurarsi qualcosa di meglio delle pelli di capra, per coprirsi le spalle? Non avrebbero potuto levarsi in fede per proclamare quella grande promessa secondo cui nessuna piaga si sarebbe potuta accostare alla loro dimora?

O, caro amico, il mondo non era degno di questi santi fedeli, perché costoro avevano quel genere di fede che riduceva in frantumi ogni pretesa della carne. La loro fede aveva un obiettivo solo: essi consideravano tutte le benedizioni di Dio come spirituali ed eterne, non terrene ed attuali.

Sì, lo so che il capitolo della fede si chiude con l’affermazione che “Dio aveva in vista per noi qualcosa di meglio” (Ebrei 11:40). Ma come possiamo definire quelle cose migliori che Dio ha preparato per quelli che hanno fede oggi? Una salute migliore? Migliori pelli di capra? Migliore situazione finanziaria? Tempi di maggior benessere e prosperità? Una vecchiaia migliore? Granai più ampi, pieni di tutto quello che ci vuole per andare in pensione alla grande?

pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:20
No! Io dico che Dio ha provveduto per noi
qualcosa di meglio, nel suo diletto Figlio.


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Egli venne sulla terra come uomo per mostrarci una fede più grande e concentrata su un solo obiettivo: “fare la volontà del Padre”. Dovremmo impiegare molto più tempo a conoscere Gesù, piuttosto che per cercare di ottenere qualcosa da parte sua. Non dovremmo pregare che Dio faccia succedere delle cose per noi, ma a noi.

Coloro che sono così esercitati ad usare la propria fede per guarigioni, benedizioni finanziarie, soluzioni ai problemi, dovrebbero invece concentrarla nell’ottenimento del “riposo in Cristo”. C’è una fede che riposa non nella preghiera esaudita, ma nella certezza che il nostro Signore farà quello che è meglio per noi.

Non preoccuparti di sapere se Dio sta dicendo “Sì” o “No” alla tua richiesta. Non abbatterti quanto la risposta non è in vista. Smetti di pensare ai metodi e alle formule della fede. Semplicemente, affida ogni preghiera a Gesù e vai avanti con i tuoi impegni, nella fiducia che nella risposta egli non sarà neanche di un momento in anticipo o in ritardo. E se la risposta che aspettiamo non sembra arrivare, diciamo a noi stessi: “Lui è tutto quello di cui ho bisogno. Se ho bisogno di qualcosa di più, egli non me lo negherà. Lo farà a suo tempo, a modo suo, e se lui non adempie le mie richieste, deve avere un motivo perfetto per non farlo. Non importa cosa accade, avrò sempre fede nella sua fedeltà”.

Dio ci aiuta anche se la nostra fede serve la creatura piuttosto che il Creatore.

Dio ci perdona se siamo più preoccupati di ottenere risposte alle preghiere che di imparare la totale sottomissione a Cristo stesso. Noi non impariamo l’ubbidienza dalle cose che otteniamo, ma da quelle che soffriamo. Sei disposto ad imparare l’ubbidienza soffrendo un po’ più a lungo a motivo di quella che sembra una preghiera non esaudita? Vuoi riposare nel suo amore mentre aspetti pazientemente la promessa, dopo aver fatto tutta la volontà del Padre?

Abbandona la tua teologia e torna alla semplicità. La fede è un dono, non un diploma. Essa non dovrebbe essere un peso o un rompicapo. Più è fanciullesca, meglio funziona. Non hai bisogno di seminari o libri di testo. Non hai bisogno di alcuna guida. Lo Spirito Santo ti guiderà più vicino a Gesù, che è la Parola, dalla quale viene la fede.

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pedrodiaz
00martedì 10 gennaio 2012 18:21
1979 fine
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